31 GENNAIO 2019: SCADENZA PROSPETTO INFORMATIVO DISABILI.

31 GENNAIO 2019: SCADENZA PROSPETTO INFORMATIVO DISABILI.

 

LEGGE 68/99

La Legge 68/99 regolamenta l’inserimento di persone disabili nelle imprese pubbliche e private, tuttavia molte sono le organizzazioni che per diversi motivi non soddisfano tale legge e che si trovano nelle condizioni di un importante rischio sanzionatorio di tipo economico e senza aver creato un positivo impatto sociale per la comunità.

FRAMYX offre alle aziende:

  • Servizio di consulenza relativo alla verifica della situazione aziendale rispetto alla Legge 68/99 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” e analisi degli strumenti più idonei per l’ottemperanza;
  • Servizio di assistenza e consulenza per l’applicazione della Convenzione Art.14 del D.lgs. 276/2003;
  • Servizio di ricerca e selezione di lavoratori disabili e categorie protette;
  • Formazione per: la gestione della disabilità in azienda, l’emersione della disabilità «nascosta» e il disability management

     

    Le aziende soggette all’obbligo della L. 68/99

    L’assunzione di personale disabile è un obbligo sancito dalla Legge 68/99 per tutte le aziende con più di 14 dipendenti.

     

    NUMERO DIPENDENTI

    DISABILI DA ASSUMERE

    Aziende da 15 a 35 dipendenti*

    1

    Aziende da 36 a 50 dipendenti

    2

    Aziende con più di 50 dipendenti

    7% base di computo

    * Dal 1° gennaio 2018 le piccole imprese (15-35 dipendenti) non godono più della norma che limitava l’obbligo di collocamento di persone disabili solo nel caso di nuove assunzioni.

    Cosa comporta non adempiere alla L. 68/99

    Non adeguarsi alla normativa e non assumere i lavoratori disabili una volta

    superata la quota di 15 dipendenti, comporta il pagamento di sanzioni e l’impossibilità di accedere ai bandi pubblici e privati.

    Ecco le sanzioni:

    Pertanto le sanzioni totali relative al mancato invio del prospetto informativo e alla mancata assunzione di ogni persona disabile, ammontano annualmente a circa Euro 58.600,00

     

    Convenzione Art. 14 D.lgs. 276/03

    L’articolo 14 della Legge Biagi è una grande e bella occasione, perché grazie ad esso l’azienda è ottemperante, la persona svantaggiata si realizza, la cooperativa sociale si sviluppa e la società civile applaude.

    Come precedentemente riportato, la Legge 68/99 prescrive il collocamento mirato obbligatorio di persone disabili per le aziende con almeno 15 dipendenti.

    Con l’articolo 14 le aziende possono assolvere agli obblighi previsti dalla Legge 68/99 senza assumere direttamente presso di sé il lavoratore disabile, ma demandando l’assunzione ad una cooperativa sociale di tipo B nei confronti della quale l’impresa si impegna ad affidare commesse di lavoro, tali da coprire il costo dei lavoratori inseriti e i correlati costi di produzione.

     

    Convenzione Art. 14 D.lgs. 276/03

    Le aziende iscritte ad una delle associazioni firmatarie della Convenzione Quadro Art. 14 hanno l’opportunità di:

    Ottemperare parzialmente alla Legge 68/99 in base al numero di scoperture;

    Evitare il pagamento delle sanzioni;
    Soddisfare i requisiti di partecipazione ai bandi pubblici e privati;

    Evitare l’assunzione diretta e a tempo indeterminato della persona disabile (secondo quanto stabilito dalla Legge 68/99);

    Ottenere un servizio / fornitura di beni a prezzi di mercato di cui l’impresa ha bisogno oppure di cui sta già usufruendo.

    per maggiori informazioni info@framyx.com

Certificare il benessere nei luoghi di lavoro

Il nuovo protocollo WELL misura e certifica il livello di qualità degli spazi interni di lavoro tramite un approccio di tipo olistico

Gran parte della nostra giornata la passiamo all’interno degli  ambienti di lavoro e le condizioni di salute e benessere mentali sono fondamentali, l’International WELL Building Institute ha focalizzato l’attenzione su questi aspetti con il protocollo WELL.

Le sette categorie di indagine della certificazione WELL. Credits https://www.arthur-loyd-lyon.com/content/bien-etre-au-travail-certification-well-et-nouvelles-normesc

Le sette categorie di indagine della certificazione WELL. Credits https://www.arthur-loyd-lyon.com/content/bien-etre-au-travail-certification-well-et-nouvelles-normesc

 

Nel mondo delle certificazioni è approdato, negli ultimi anni, il protocollo WELL, gestito dall’International WELL Bulding Institute (IWBI) e che pone, al centro dell’attenzione, le condizioni di salute e il benessere mentale di chi occupa un dato spazio costruito.
È rilasciato dall’americana Green Business Certification Inc. (GBCI) – la stessa organizzazione che si occupa anche della certificazione LEED – e da altri autorevoli enti.

I precetti alla base della certificazione WELL, che nascono per poter al meglio gestire e vivere il tempo trascorso negli ambienti chiusi, ovvero circa il 90% di una giornata,  possono essere applicati a tutti i settori del lavoro e a tutte le destinazioni d’uso degli edifici – residenziale, scolastica, ospedaliera – ma trovano la loro massima espressione soprattutto negli ambienti lavorativi – uffici, industrie – nei quali il raggiungimento di una condizione di serenità può avere risvolti positivi anche sulla produttività dell’intera azienda.

  • 7 punti focali del benessere secondo la filosofia WELL;
  • i vantaggi che derivano dal rispetto degli standard WELL e dall’ottenimento della certificazione;
  • cosa fare per ottenere la certificazione WELL.

I 7 punti focali del benessere WELL

Il protocollo WELL, frutto di anni di ricerche a cui hanno preso parte medici, nutrizionisti, ingegneri, architetti, sposta i riflettori sul benessere dell’uomo. La sostenibilità ambientale, la tutela del paesaggio, l’utilizzo di risorse rinnovabili per la produzione di energia non sono certo aspetti da dimenticare o accantonare, bensì dovrebbero essere integrati da un tipo di approccio, che viene definito per l’appunto olistico, che riconsideri le persone come motore principale di qualsiasi tipo di attività, lavorativa e non.

Vediamo nel dettaglio i sette elementi del protocollo.

Benessere psicofisico. Il benessere mentale è strettamente correlato a quello del corpo ed è l’elemento fondamentale per svolgere al meglio il proprio lavoro. Nel protocollo WELL si valutano i lavoratori dal punto di vista spirituale con l’obiettivo di raggiungere la felicità delle persone.

Comfort. Una serie di parametri definisce se effettivamente il luogo di lavoro è confortevole: rumore, pulizia, temperatura, colori delle pareti sono i parametri da valutare.

Movimento. Negli ultimi anni è sempre più evidente che il movimento è la chiave del benessere, anche quando parliamo di lavoro e non solo di attività sportive. Camminare, il gesto più semplice, è la strategia vincete per combattere la sedentarietà e ottenere benessere fisico e mentale. Nel protocollo WELL si prende in considerazione la possibilità di movimento nell’edificio o nelle immediate vicinanze (parchi, piste ciclabili, aree attrezzate).

Luce. Il sole, come ben sappiamo, è vita. Il protocollo WELL valuta in che misura uno spazio costruito riceve la luce e il calore fondamentali alla salute e alla serenità. Il sole è una fonte indispensabile di energia che consente tra l’altro di ridurre l’utilizzo dei sistemi artificiali di illuminazione.

Alimentazione. “Siamo quello che mangiamo”, per star bene bisogna nutrirsi bene. Nel protocollo WELL vengono valutate le materie prime delle mense dei luoghi di lavoro e quelle presenti nei distributori automatici. Molte aziende negli ultimi anni hanno introdotto nei distributori automatici frutta e altri alimenti “più sani”.

Acqua. L’acqua nell’edificio deve essere sempre pura, controllata e disponibile a tutti per facilitare l’idratazione dell’organismo.

Aria. La qualità dell’aria indoor viene valutata attraverso il numero di ricambi d’aria, la ventilazione naturale o meccanica e la presenza di inquinanti (VOC, radon …).

  • Benessere psicofisico;
  • Comfort;
  • Movimento;
  • Luce;
  • Alimentazione;
  • Acqua;
  • Aria.

Ciascuna di queste categorie viene analizzata attraverso misurazioni scientifiche, quindi oggettive, in modo da restituire ai soggetti interessati dei dati praticamente inconfutabili, attraverso i quali poter prendere visione del livello di qualità di uno spazio chiuso e pianificare eventuali strategie di miglioramento futuro.

Perché aderire agli standard WELL

Programmare un intervento edilizio è di certo un processo molto articolato, che passa attraverso diverse fasi e tiene conto di una serie di valutazioni molto diverse tra di loro. L’ideazione di un concept, la scelta della tecnica costruttiva e dei materiali, la progettazione dei volumi e degli spazi, lo studio di fattibilità tecnico-economica, la cantierizzazione delle attività, la gestione manageriale, l’impatto ambientale, sono solo alcuni degli aspetti di cui bisogna tener conto quando si vuole costruire una nuova opera o agire su una già esistente.

I bisogni dell’uomo però, e perché no anche i suoi desideri, si sono nel tempo evoluti: la visione classica del processo edilizio dovrebbe arricchirsi di nuovi spunti come quelli proposti dall’International Building WELL Institute e divulgati in Italia da Apta Vitae .
Di fatto, i benefici che gli individui possono trarre dall’aderire a tale linea di pensiero, soprattutto in ambito lavorativo – come recepito da alcune norme ISO– sono tanti, e nello specifico:

  • Raggiungimento di un buon equilibrio mentale;
  • Intensificazione del legame con la natura in tutte le sue forme (verde, aria, acqua, cibo, sole);
  • Aumento notevole della produttività lavorativa;
  • Diminuzione della possibilità di ammalarsi e conseguente riduzione delle spese sanitarie;
  • Maggiore stabilità aziendale;
  • Maggiore fiducia nei riguardi dei propri superiori;
  • Riduzione dell’assenteismo lavorativo;
  • Incremento del lavoro di squadra;
  • Passione nei riguardi del proprio lavoro;

Tali risultati positivi sono, naturalmente, strettamente connessi tra di loro.
Puntare al conseguimento della certificazione WELL può avere inoltre dei riscontri a livello prettamente economico, ovvero:

  • Aumento della competitività sul mercato;
  • Modifica, in positivo, dei fattori di valutazione immobiliare;
  • Grande prestigio per l’impresa/studio che realizza/progetta l’opera;

Un edificio certificato WELL risponde cioè a determinati parametri che gli consentono di essere più competitivo sul mercato e quindi di valere di più.

Cosa fare per ottenere la certificazione WELL

Per ottenere la certificazione WELL è necessario registrarsi al sito www.wellcertified.com ed inviare la documentazione richiesta nella linea guida “The WELL Certification Guidebook”.

 

Rischio biologico e legionella

Rischio biologico e legionella – Obblighi e aspetti tecnici

Dlgs 81/2008 e valutazione del rischio biologico – Obblighi

 

La Conferenza Stato-Regioni, nella seduta del 7 maggio 2015, ha approvato le nuove linee guida sulla legionellosi. Il documento in questione intende riunire, aggiornare e integrare tutte le indicazioni riportate nelle precedenti linee guida nazionali e normative: “Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi”, pubblicate in G.U. del 5 maggio 2000; “Linee guida recanti indicazioni sulla legionellosi per i gestori di strutture turistico-recettive e termali” e  “Linee guida recanti indicazioni ai laboratori con attività di diagnosi microbiologica e controllo ambientale della legionellosi” (G.U. n 28 del 4 Febbraio 2005 e G.U. n 29 del 5 Febbraio 2005).

Le linee guida sono state aggiornate e raccolte in maniera sistematica e aggiornati assecondando le nuove conoscenze e le recenti ricerche scientifiche.

“Legionellosi è la definizione di tutte le forme morbose causate da batteri Gram-negativi aerobi del genere Legionella”. “Le legionelle sono presenti negli ambienti acquatici naturali e artificiali […] creando una potenziale situazione di rischio per la salute umana”.

Le nuove linee guida della Conferenza Stato-Regioni riportano una lunga disamina dei fattori di rischio, delle modalità di trasmissione, dei luoghi, della frequenza della malattia, del trattamento sanitario e clinico che alle patologie viene riservato.

Il D.Lgs. 81/08 e s.m.i. riporta che il rischio di esposizione a Legionella in qualsiasi ambiente di lavoro richiede l’attuazione di tutte le misure di sicurezza appropriate per esercitare la più completa attività di prevenzione e protezione nei confronti di tutti i soggetti presenti considerando che al Titolo X del suddetto D. Lgs 81/2008 la Legionella è classificata al gruppo 2 tra gli agenti patogeni; più specificatamente, all’Allegato XLVI sia la Legionella pneumophila sia le rimanenti specie di legionelle patogene per l’uomo (Legionella spp.) sono classificate quali agente biologico del gruppo 2 ossia, come definito all’articolo 268 (Classificazione degli agenti biologici) “un agente che può causare malattie in soggetti umani e costituire un rischio per i lavoratori; è poco probabile che si propaghi nella comunità; sono di norma disponibili efficaci misure profilattiche o terapeutiche”.

Le misure di sicurezza si dovranno realizzare a seguito del procedimento di valutazione del rischio, indicato sempre al menzionato Titolo X e si dovranno attuare in conformità ai disposti del Titolo I (del citato Decreto Legislativo) riferendosi a quanto riportato negli Artt. 15 e 18″.

Sulla base di quanto definito all’Art. 271, il Datore di Lavoro ha l’obbligo di valutare il rischio legionellosi presso ciascun sito di sua responsabilità e, di conseguenza, deve:

– effettuare la valutazione del rischio legionellosi, tenendo conto di tutte le informazioni disponibili sulle caratteristiche dell’agente biologico e sulle modalità lavorative che possano determinarne l’esposizione

– adottare misure protettive e preventive in relazione al rischio valutato

– revisionare la valutazione del rischio legionellosi in occasione di modifiche significative dell’attività lavorativa o degli impianti idrici od aeraulici o qualora siano passati 3 anni dall’ultima redazione (fanno eccezione quelle tipologie di strutture per cui è richiesto un più frequente aggiornamento della valutazione del rischio: strutture sanitarie, termali)

– se la valutazione mette in evidenza un rischio per la salute o la sicurezza dei lavoratori, adottare misure tecniche, organizzative, procedurali ed igieniche idonee, al fine di minimizzare il rischio relativo

– adottare misure specifiche per le strutture sanitarie e veterinarie, per i laboratori e per i processi industriali

– adottare specifiche misure per l’emergenza, in caso di incidenti che possono provocare la dispersione nell’ambiente dell’agente biologico

– adottare misure idonee affinché i lavoratori e/o i loro rappresentanti ricevano una formazione sufficientemente adeguata.

Per l’adozione delle misure protettive, preventive, tecniche, organizzative, procedurali ed igieniche idonee, si deve fare riferimento a quanto definito nelle presenti Linee guida.

Due sono le categorie professionali particolarmente analizzate: gli operatori sanitari e il settore odontoiatrico.

  • Per gli operatori sanitari il rischio di contrarre la legionellosi si riduce ai casi in cui avvenga l’inalazione di aerosol contaminato (ad esempio durante operazioni che riguardano l’igiene personale del paziente con utilizzo di acqua) al quale peraltro sono esposti anche i pazienti.

Tale evento si configura come poco probabile se la struttura sanitaria si è dotata di un programma di controllo del rischio legionellosi correlata all’assistenza ed alla luce del più ridotto grado di suscettibilità all’infezione da parte di individui con sistema immunitario integro (in particolare in assenza di fattori predisponenti).

Quindi quando deve essere valutato il rischio biologico?

Sempre.

Nell’ambito del processo di valutazione dei rischi, anche il rischio biologico deve essere preso in considerazione. Si ricorda peraltro che un rischio “generale” di esposizione ad agenti biologici è presente in tutte le “collettività” e può essere legato ad esempio alla pulizia dei locali, degli spogliatoi, dei servizi igienici, delle docce, alla disinfezione di dispositivi di protezione usati da più persone, …).

Il grado e le modalità di approfondimento della valutazione, quindi la necessità di mettere in campo misure specifiche, potrà invece variare in relazione alla situazione specifica.

Classificazione degli agenti biologici

Gli agenti biologici sono ripartiti nei seguenti quattro gruppi a seconda del rischio di infezione:

  • a) agente biologico del gruppo 1: un agente che presenta poche probabilità di causare malattie in soggetti umani;
  • b) agente biologico del gruppo 2: un agente che può causare malattie in soggetti umani e costituire un rischio per i lavoratori; è poco probabile che si propaga nella comunità; sono di norma disponibili efficaci misure profilattiche o terapeutiche;
  • c) agente biologico del gruppo 3: un agente che può causare malattie gravi in soggetti umani e costituisce un serio rischio per i lavoratori; l’agente biologico può propagarsi nella comunità, ma di norma sono disponibili efficaci misure profilattiche o terapeutiche;
  • d) agente biologico del gruppo 4: un agente biologico che può provocare malattie gravi in soggetti umani e costituisce un serio rischio per i lavoratori e può presentare un elevato rischio di propagazione nella comunità; non sono disponibili, di norma, efficaci misure profilattiche o terapeutiche.

Esempi:

  • Saccharomyces cerevisiae [lievito di birra] – Gruppo 1
  • Legionella pneumophila – Gruppo 2
  • Salmonella typhi, HIV – Gruppo 3
  • Virus Ebola, Virus della fbbre emorragica – Gruppo 4

Legionella pneumoniae: che cos’è?

Patologia

Legionella è un batterio (una famiglia di batteri) presenti negli ambienti acquatici naturali e artificiali: acque sorgive, comprese quelle termali, fiumi, laghi, fanghi, ecc…

“Legionellosi” o “Malattia del legionario” è la patologia che ne deriva che sostanzialmente si manifesta in forma di polmonite con tasso di mortalità variabile tra 10-15%. La specie più frequentemente coinvolta in casi umani è Legionella pneumophila. Alcuni sintomi sono febbre, tosse, insufficienza respiratoria, cefalea, possibili complicanze extrapolmonari.

Trasmissione

La trasmissione della malattia avviene in genere per via respiratoria mediante inalazione di aerosol (goccioline d’acqua), oppure di particelle contaminate essicate.
Più le goccioline di aerosol o nebbia sono di piccole dimensioni più sono pericolose: gocce di diametro inferiore a 5μ arrivano più facilmente alle vie respiratorie più profonde.

Quando si può presentare il rischio?

Nel seguito sono riportati alcuni esempi di situazioni di rischio.

La maggior parte dei primi casi di legionellosi documentati sono stati attribuiti a particelle di acqua aerodisperse, contenenti batteri provenienti da torri di raffreddamento o condensatori evaporativi o unità di trattamento d’aria (UTA) impianti di acqua potabile, apparecchi sanitari, fontane, ecc.

Quali condizioni possono favorire lo sviluppo del batterio?

Naturalmente deve essere effettuata una valutazione caso per caso. In generale alcuni dei fattori che possono incrementare il rischio sono i seguenti:

  • presenza o utilizzo di acqua;
  • ristagno di acqua;
  • temperature (specie se comprese indicativamente tra 25 e 45 °C);
  • nebulizzazione di acqua;
  • presenza di biofilm adeso alle superfici;
  • presenza di inctrostazioni;
  • ecc.

Attività metalmeccanica

L’attività metalmeccanica o manufatturiera in genere è esente da rischio? Assolutamente no.

Nelle attività metalmeccaniche in particolare, la presenza di agenti biologici non è sempre trascurabile, alcuni esempi sono:

  • il rischio legato al tetano (Clostridium tetani) – legato alle possibili punture o ferite
  • il rischio legato all’impiego e alla possibile contaminazione dei fluidi lubrorefrigeranti (oli minerali – emulsioni oleose) da parte di batteri e/o funghi, che può essere amplificato dalla presenza di sostanza organica (oli) all’interno dell’emulsione oleosa; può essere legato ad un assente o inadeguato trattamento dei liquidi (sostituzione, filtrazione, additivazione con sostanze battericide), all’assenza o inefficienza di strutture di contenimento sulle macchine o alla necessità di contatto diretto con i pezzi (magari senza protezione adeguata). Spesso peraltro ci si limita a rinnovare totalmente il fluido in uso, fare periodicamente dei rabbocchi, senza verificare la carica batterica presente, né correggere la contaminazione con appositi prodotti antimicrobici. Questa situazione favorisce lo sviluppo di batteri e/o funghi, che si moltiplicano progressivamente con l’invecchiamento dei liquidi lubrorefrigeranti”.

Che cosa fare?

Gli interventi richiesti partono inevitabilmente da una adeguata valutazione.

Una volta individuate le fonti di pericolo e valutati i rischi in relazione al caso in specie (attenzione: la valutazione deve essere documentata) possono essere pianificati ulteriori approfondimenti anche analitici per poi arrivare a definire un piano di prevenzione e protezione adeguato.

Gli interventi previsti o possono essere riconducibili, a titolo esemplificativo, a:

  • controllo e monitoraggio periodico;
  • prevenzione dello sviluppo di batteri mediante sanificazione e dosaggio di prodotti specifici;
  • manutenzione periodica orientata a limitare le fonti di proliferazione;
  • disinfezione periodica mediante trattamenti intensi (es. iperclorazione o shock termico) con verifica di efficacia;
  • ecc.

in caso di dubbi contattaci info@framyx.com

DM 131 2018 Pane fresco e panifici .

DM 131 2018 Regolamento denominazione di panificio, pane fresco e pane conservato

Decreto Ministero dello Sviluppo Economico, 1 ottobre 2018, n. 131

(Gazz. Uff., 19 novembre 2018, n. 269)

Regolamento recante disciplina della denominazione di «panificio», di «pane fresco» e dell’adozione della dicitura «pane conservato».

Art. 1
Definizione di panificio
1. Per panificio si intende l’impresa che dispone di impianti di produzione di pane ed eventualmente altri prodotti da forno e assimilati o affini e svolge l’intero ciclo di produzione dalla lavorazione delle materie prime alla cottura finale.

Art. 2
Definizione di pane fresco
1. È denominato «fresco» il pane preparato secondo un processo di produzione continuo, privo di interruzioni finalizzate al congelamento o surgelazione, ad eccezione del rallentamento del processo di lievitazione, privo di additivi conservanti e di altri trattamenti aventi effetto conservante.
2. È ritenuto continuo il processo di produzione per il quale non intercorra un intervallo di tempo superiore alle 72 ore dall’inizio della lavorazione fino al momento della messa in vendita del prodotto.

Art. 3

Pane conservato o a durabilità prolungata

2. Il pane non preimballato , per il quale viene utilizzato, durante la sua preparazione o nell’arco del processo produttivo, un metodo di conservazione ulteriore rispetto ai metodi sottoposti agli obblighi informativi previsti dalla normativa nazionale e dell’Unione europea, è posto in vendita con una dicitura aggiuntiva che ne evidenzi il metodo di conservazione utilizzato, nonché le eventuali modalità di conservazione e di consumo.
3. Al momento della vendita, il pane per il quale è utilizzato un metodo di conservazione durante la sua preparazione o nell’arco del processo produttivo, deve essere esposto in scomparti appositamente riservati.

Art. 5
Disposizione transitoria
1. È consentito utilizzare incarti o imballi con diciture o denominazioni di vendita non conformi alle disposizioni del presente regolamento per 90 giorni a decorrere dalla data della sua pubblicazione, fermo restando quanto previsto dalle specifiche norme per i materiali e gli oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti.

Art. 6
Entrata in vigore
1. Il presente regolamento entra in vigore il trentesimo giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Pane fresco o conservato

E’ stato pubblicato sulla GU n.269 del 19-11-2018 un Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico, DM 1° ottobre 2018 , n. 131 che definisce la disciplina della denominazione di «panificio», di «pane fresco» e dell’adozione della dicitura «pane conservato».

Le responsabilità del lavoratore per infortuni causati ad

In una recentissima sentenza di questo mese (Cassazione Penale, Sez.IV, 2 novembre 2018 n.49885), la Cassazione si è pronunciata sul tema delle responsabilità colpose del lavoratore per infortuni causati ai colleghi all’interno dell’ambiente di lavoro.

 

Le responsabilità penali del lavoratore per lesioni “ad altri”

Nello specifico, la Corte ha ribadito l’ampiezza del perimetro delle responsabilità del lavoratore per infortuni provocati alle “altre persone presenti sul luogo di lavoro” (con particolare attenzione ai colleghi) a causa della violazione dell’articolo 20 del D.Lgs.81/08.

 

Non va dimenticato, infatti, che in generale anche il lavoratore può rispondere penalmente sia in via contravvenzionale, commettendo i reati di pericolo previsti dal D.Lgs.81/08, sia in termini di reato di evento, potendo essere imputabile per i reati di lesioni personali colpose (art.590 c.p.) e omicidio colposo (art.589 c.p.) con violazione di norme prevenzionistiche per aver causato ad altri un infortunio o una malattia professionale. L’articolo 590 del codice penale, a tale proposito, prevede testualmente la responsabilità penale di “chiunque cagiona ad altri, per colpa, una lesione personale […]”.

In quest’ultimo caso, ovvero nell’ipotesi in cui il lavoratore commetta un reato colposo di evento, la colpa nella quale egli può incorrere può essere sia colpa “specifica” (per violazione degli obblighi su di lui gravanti) sia colpa “generica”, cioè negligenza, imprudenza o imperizia. Nella pronuncia in commento il reato di lesioni personali colpose è stato commesso con colpa specifica, avendo il lavoratore violato l’articolo 20 del D.Lgs.81/08 e così causato l’infortunio al collega con le modalità che vedremo.

 

In ogni caso, premessi questi aspetti tecnico-giuridici, ciò che di particolarmente interessante si riscontra in questa sentenza è il fatto che in essa la responsabilità del lavoratore per l’infortunio causato al collega viene valutata, oltre che sulla base dei principi generali, anche e soprattutto alla luce dell’esperienza del lavoratore (nella fattispecie trattasi in particolare di una “maggiore esperienza lavorativa” rispetto a quella del collega; una circostanza che, come vedremo, ha determinato o comunque rafforzato la posizione di garanzia del lavoratore ricorrente).

 

I principi sanciti in questa sentenza si rifanno inoltre a quelli già affermati da un importante precedente giurisprudenziale del 2014.

Vediamo ora il caso specifico trattato da questa recente sentenza del 2 novembre scorso e poi, a seguire, esaminiamo i principi contenuti nella precedente pronuncia Cassazione Penale, Sez.IV, 1 settembre 2014 n.36452.

La dinamica dell’evento 

Come già accennato, in Cassazione Penale, Sez.IV, 2 novembre 2018 n.49885 la Corte ha confermato la responsabilità di un operaio per il reato di lesioni personali colpose commesso con violazione di norme antinfortunistiche (art.590, commi 1 e 2, cod. pen.) a danno del suo collega di lavoro M.G.

 

La dinamica dell’evento è stata la seguente.

Nel settembre del 2010, nello stabilimento della I. s.p.a., “il responsabile dello stabilimento, G.P., aveva incaricato gli operai S.T. e M.G. di smontare una macchina per portare il motore, tramite un paranco, all’officina del piano sottostante secondo dettagliate modalità che garantivano la sicurezza dell’operazione.”

Dunque l’incarico dato dal direttore di stabilimento ai due operai aveva tenuto conto delle implicazioni di salute e sicurezza. Tuttavia i due lavoratori, “concordemente, decidevano di non seguire le puntuali istruzioni date dal loro superiore, in quanto ritenute gravose, e insieme si adoperavano per rimuovere una porzione della griglia che faceva parte del pavimento di quel piano per calare la macchina da tale apertura utilizzando un paranco mobile che avevano attaccato ad una capretta metallica posta sopra la botola stessa.” A questo punto “l’operazione era riuscita ed il M.G. era sceso al piano di sotto per togliere il cavo del paranco dal macchinario.”

 

Dalla sentenza emerge dunque che la decisione di non seguire le istruzioni fornite dal dirigente era stata adottata dai due lavoratori di comune accordo (“concordemente”). Lo stesso non si può dire però per i passaggi successivi, che non hanno visto il coordinamento tra i due operai.

Infatti “i due, tuttavia, non concordavano le azioni successive e così il M.G. decideva di risalire subito al piano soprastante per vedere se il S.T. avesse bisogno di aiuto. Quest’ultimo, nel frattempo, si accingeva a riposizionare la griglia sulla apertura al fine di ripristinare il pavimento ed aveva, quindi, spostato la capretta metallica.”

M.G. quindi “metteva il piede nella botola non ancora richiusa e precipitava al piano inferiore, da un’altezza di 4,5 metri, riportando la frattura dell’astragalo con conseguente malattia della durata di 88 giorni.”

 

L’operaio S.T., ritenuto responsabile dell’infortunio del collega, ricorre in Cassazione lamentando che “nella qualità di semplice operaio non era gravato da alcun obbligo di natura antinfortunistica, non rivestendo la qualifica né di datore di lavoro né quella di altra figura equiparabile. Contesta l’applicabilità dell’art.20, del d.lgs. n.81/2008, affermando di non avere compiuto, di propria esclusiva iniziativa, alcuna manovra pericolosa, in quanto aveva concordato e condiviso con il suo collega di lavoro M.G. le modalità operative.”

 

Ma la Corte conferma la condanna del lavoratore S.T., affermando che “il giudizio di responsabilità si fonda sulla ritenuta posizione di garanzia ricoperta dal S.T. ai sensi dell’art.20, d.lgs.n.81/2008, che, al primo comma, recita: «Ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro».

E collega tale posizione di garanzia (anche) all’esperienza lavorativa di S.T. (che era di gran lunga maggiore di quella del lavoratore infortunato).

 

Vediamo sulla base di quali principi.

 

La responsabilità del lavoratore ai sensi dell’art.20 D.Lgs.81/08, anche “in ragione della maggiore esperienza lavorativa”

La Cassazione ricorda che “la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che, in materia di infortuni sul lavoro, il lavoratore, in base al citato disposto normativo, è garante, oltre che della propria sicurezza, anche di quella dei propri colleghi di lavoro o di altre persone presenti, quando si trova nella condizione di intervenire per rimuovere le possibili cause di pericolo, in ragione della maggiore esperienza lavorativa (Sez.4, n.36452 del 15/05/2014, Rv. 262090).”

 

Nel caso di specie descritto sopra, ad esempio, emerge che “il S.T., quale operaio addetto alla manutenzione, avesse un’anzianità ed una formazione tali da potere apprezzare e cogliere il pericolo creato dalla procedura seguita per calare il macchinario al piano sottostante, in violazione delle disposizioni appena ricevute dal superiore e del disposto normativo dell’art.20, d.lgs.n.81/2008.”

 

I medesimi principi, come anticipato, sono rintracciabili – e ulteriormente approfonditi – anche nel precedente giurisprudenziale del 2014.

 

Un importante precedente giurisprudenziale: la maggiore esperienza del lavoratore e “l’assunzione di fatto di un ruolo di tutela”. Cassazione Penale, Sez.IV, 1 settembre 2014 n.36452

La sentenza di Cassazione n.36452/2014 ha condannato un datore di lavoro (R.) e un lavoratore (A.G.) per lesioni personali in danno del lavoratore (C.S.). Nell’infortunio peraltro era rimasto coinvolto anche lo stesso lavoratore A.G. (imputato) il quale aveva riportato a sua volta, al pari del collega, delle lesioni gravi.

 

Brevemente, la dinamica dell’evento era stata la seguente: “C.S., ed A.G., entrambi dipendenti, rispettivamente con la qualifica di operaio generico ed elettricista specializzato, della R. s.a.s. di cui, il R.W. è socio accomandatario, si trovavano […] al di sopra di un trabattello semovente, con struttura a pantografo, ad un’altezza di sette metri, nel capannone della Ditta V.F. s.r.l. […], società appaltante, intenti alla posa di canaline e di blindo luce, e stesura di cavi elettrici”. Così  “ad un certo momento, mentre il trabattello veniva spostato, nell’urtare un’asperità del suolo si abbatteva facendo precipitare i due operai che riportavano entrambi lesioni gravi.”

 

Per quanto attiene specificamente alla responsabilità del lavoratore condannato e quindi “alla posizione dell’A., in violazione del D.Lgs. n.626 del 1994, art.5, comma 1 e comma 2, lett. b) [ora art.20 c.1 e c.2 lett.c) D.Lgs.81/08, n.d.r.]”, essa secondo la Corte si giustifica “in quanto, pur essendo a conoscenza del non funzionamento del sistema di sicurezza che impediva al trabattello di essere spostato con il pantografo tutto alzato, procedeva al movimento dello stesso con il cestello alzato che per un ostacolo al suolo si abbatteva provocando, in tal modo in cooperazione con il datore di lavoro, le lesioni allo C.S.”

 

Peraltro, sottolinea la Corte, è stato lo stesso lavoratore ricorrente, “nel corso del suo esame, ad ammettere di essere consapevole sia delle corrette modalità di spostamento del mezzo (da movimentare solo con la piattaforma completamente abbassata), sia della manomissione del dispositivo di sicurezza destinato ad impedire la traslazione con cestello in elevazione, manomissione di cui egli, anche il giorno del fatto, ha approfittato all’evidente scopo di “non perdere tempo” con continue manovre di completo abbassamento e spostamento, elevazione della piattaforma da effettuarsi man mano che si procedeva alla stesura dei cavi, operazione che richiedeva piccoli avanzamenti.”

 

A questo punto la sentenza propone degli importanti approfondimenti sulla fonte di tale tipo di responsabilità.

 

Nel confermare la condanna del lavoratore A.G., la Corte precisa infatti che la sua responsabilità “trova il suo fondamento nell’assunzione di fatto di un ruolo di tutela nei confronti di altri soggetti in posizione subordinata.

 

E’ opportuno soffermarsi qualche momento su questo principio, approfondendolo.

La sentenza chiarisce che in questo caso “la fonte dell’obbligo giuridico di impedire l’evento, menzionato nel capoverso dell’art.40 c.p., può consistere anche nella “posizione di garanzia” assunta di fatto nei confronti di altra persona che implica l’obbligo giuridico di comportarsi allo stesso modo di come sarebbe stato obbligato a comportarsi il soggetto tenuto dall’ordinamento, a tali funzioni di garanzia.”

 

A questa premessa segue un passaggio della sentenza di grande rilevanza, che pone una importante massima giurisprudenziale sulla posizione di garanzia del lavoratore: “la fonte di tale assunzione, per altro, nel campo specifico della sicurezza sul lavoro, si rinviene, come correttamente contestato, nella disposizione di cui al D.Lgs.n.626 del 1994, art.5, comma 1 e comma 2, lett. b) [ora art.20 D.Lgs.81/08, n.d.r.] che ha introdotto un nuovo principio: la trasformazione del lavoratore da semplice creditore di sicurezza nei confronti del datore di lavoro a suo compartecipe nell’applicazione del dovere di fare sicurezza, nel senso che il lavoratore diventa garante, oltre che della propria sicurezza, anche di quella dei propri compagni di lavoro o di altre persone presenti, quando si trovi nella condizione, in ragione di una posizione di maggiore esperienza lavorativa, di intervenire onde rimuovere le possibili cause di infortuni sul lavoro.

 

E, calando tale principio nel caso specifico, la Cassazione conclude precisando che “l’A.; quale elettricista specializzato, con una lunga esperienza lavorativa, si trovava rispetto al C., assunto da poco e certamente inesperto, nelle condizioni di rendersi conto della pericolosità dell’uso non consentito della piattaforma mobile, e ciò nonostante l’ha volontariamente utilizzata mettendo a repentaglio non solo la propria incolumità ma anche quella del suo compagno di lavoro.”

Di conseguenza “è irrilevante, in tale contesto accertare in concreto chi fosse a manovrare nel momento dell’infortunio la piattaforma, in quanto anche se fosse stato il C. (ma ciò si esclude […]), l’A. in forza della sua posizione aveva il dovere di impedirglielo e fare in modo che la piattaforma venisse utilizzata correttamente. Né può esimersi da tale colpa adducendo di dover dare conto delle direttive impartite dal datore di lavoro, improntate alla logica dell’evitare di perdere tempo, in quanto, stante la sua consapevolezza dell’utilizzo pericoloso del mezzo aveva il dovere di non avallare il comportamento illegale impostogli dal R.”

 

 

Anna Guardavilla

Dottore in Giurisprudenza specializzata nelle tematiche normative e giurisprudenziali relative alla salute e sicurezza sul lavoro

tratto da puntosicuro.it

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